Dazi follia e botti: l’America chiude (anche…) al vino naturale

Là dove scorre il vino naturale, quello vero, quello senza trucco né inganno, senza lustrini né Paillettes, c’è anche, spesso, un piccolo produttore, una famiglia, un’idea “forte”.

C’è chi da ragazzino pigiava l’uva col padre e oggi imbottiglia in un piccolo capannone, chi ha lasciato il posto fisso in banca o a scuola per piantare malvasia in terreni disgraziati tirandone fuori piccoli capolavori.

E… c’è anche chi a stento fa duecento casse l’anno e le spedisce con amore, come fossero lettere d’amore appunto, a Brooklyn, Portland, o Cincinnati.

Ma adesso quei cartoni, quei profumi diciamocela tutta, qualche volta anche di brett o di macerazioni discutibili rischiano di restare bloccati nei nostri italici porti. Oppure peggio: arrivano in dogana, e poi cala inesorabile la mannaia dei dazi.

Già, i dazi. Parola nauseante, che sa maledettamente di vecchio mondo, di protezionismi impolverati, di guerre commerciali giocate a colpi di vecchie calcolatrici elettromeccaniche e cinismo da palazzinaro.

Dazi follia e botti

Ma qui non parliamo di multinazionali e champagne fighetti dal logo dorato. Qui parliamo di alcune piccole cantine che sopravvivevano anche grazie a una nicchia di americani colti, appassionati, disposti a pagare per bere qualcosa che racconta di terra, di lievito selvaggi, di coraggio non di marketing.

Ora, questa finestra che pian pianino si era aperta da oltreoceano ce la sbattono in faccia con violenza. Il nuovo regime tariffario USA, figlio spurio di tensioni geopolitiche tanto incomprensibili quanto spietate, rischia di far evaporare decenni di lavoro, di scambi, di fiducia faticosamente guadagnata.

L’America beve naturale. Ma per quanto ancora?

Negli ultimi dieci anni, mentre il pubblico italiano si divideva ancora fra discutibili amaroni da discount e scialbe bollicine ruffiane da aperitivo, l’America, all’inizio sottotraccia, poi un po’ più sistematicamente, scopriva il vino naturale con una sete quasi ideologica.

L’organic wine era diventato un piccolo trend, un linguaggio, una bandiera.

Da Racines NY a June a Brooklyn, fino a Ordinaire di Oakland, ogni locale serio aveva la sua carta con riferimenti francesi, georgiani, sloveni… e italiani. Dazi follia e botti

Già: italiani. I nostri vini naturali, quelli autentici, anarchici, non i cloni industriali con l’etichetta verdolina “bio” tanto per, avevano trovato, pur tra immani sforzi, casa negli USA. L’export verso quella nicchia attenta e facoltosa era diventato, per molte micro-cantine, non solo utile: vitale.

Cifre magari piccole ma fondamentali. Un piccolissimo produttore di vino naturale delle Langhe che spedisce due pallet l’anno in Oregon, magari incassa il 25% del suo fatturato. Non ha il canale GDO, non ha un e-commerce “serio”, non fa sconti volume. Ha solo bottiglie uniche e pochi importatori fidati, spesso anche amici.

Dazi follia e botti

E mò che facciamo?

Con dazi che possono arrivare al 25-30% su base doganale (che è ben diversa dal prezzo al dettaglio, attenzione…), spedire bottiglie negli USA è senza mezzi termini un vero e proprio salasso. E chi paga? L’importatore USA, che su questo aspetto ci pensa su due volte, oppure il produttore, che guadagna ancora meno?

Alla fine della giostra c’è il consumatore finale, che si ritrova un rosso piemontese a 45 dollari invece di 28. E allora magari, pur se a malincuore si porta a casa qualche Pinot nero californiano, o un Gamay dall’Oregon. E, addio poesia.

Piccoli, isolati, e ora pure mazziati…

Il punto, però, non è solo economico. È esistenziale. Tanti piccoli produttori naturali sono spesso realtà borderline: ai margini e il più delle volte per scelta, fuori dalle denominazioni, dalle regole, dalla grande distribuzione.

Quasi mai non hanno consorzi alle spalle, non hanno lobby. Hanno l’autenticità, certo ma con l’autenticità non si pagano bollette e mutui, e soprattutto l’autenticità non combatte da sola contro le tariffe commerciali.

Ecco perché l’effetto dei dazi è ancora più devastante per loro che per i grandi nomi.

Già, ci sono un po’ di cantine “naturali” da 200.000 e più bottiglie l’anno, quelle che vendono a Milano come a New York, che sono un attimo di più “flessibili”. Magari faticosamente ma possono limitare i danni limando un po’ i margini, facendo volumi, restando pur se a fatica a galla.

I “nano-vigneron”, invece, vivono di fiducia, di passaparola, di piccole relazioni consolidate.

E ora quella fiducia, quegli ordinini da 30 casse, quelle collaborazioni con l’enotecaro intelligente di Chicago o il ristoratore di Boston… tutto rischia di svanire.

Le soluzioni che nessuno vuole sentire

A questo punto arrivano (anzi, già sono arrivate) le litanie degli ottimisti incravattati da convegno: “Diversificare i mercati”, “Guardare all’Asia”, “Dare valore il mercato interno”. Tutto giusto, almeno teoricamente. Ma la realtà è decisamente molto meno patinata.

Primo: vendere in Asia (il Giappone però è un caso a sé)

Vuol dire misurarsi con barriere culturali, linguistiche, logistiche non da poco. Molti vini naturali sono già “ardui per il pubblico “nostrano” abituato al convenzionale: immaginate in un mercato dove l’alcol è spesso tabù o ancora simbolo di status, non di esperienza sensoriale.

Secondo: il mercato interno?

Per carità! Per fortuna c’è una piccola Italia splendida e curiosa che adora il vino naturale, ma il grosso del mercato è ancora saldissimamente nelle mani di fortissimamente vuole “pulito, preciso, riconoscibile”. Punto. E poi, i margini sono ridotti all’osso. Un produttore che guadagna 10 euro a bottiglia negli USA, in Italia ne prende 4. E con l’IVA al 22%…

Allora, che diavolo fare?

Tre modeste proposte (Jonathan Swift si rigirerà nella tomba..) sporche, antipatiche, ma forse non troppo insensate…

1. Dazi interni alla rovescia?

Invece di aspettare che i governi eliminino i dazi USA, perché non si immagina una qualche sorta di credito d’imposta per le micro-esportazioni culturali? Il vino naturale non è solo prodotto, è patrimonio. Se esporto arte, posso accedere a dei fondi. Se esporto bottiglie che raccontano davvero un territorio, no? Assurdo. Servirebbe un meccanismo fiscale che riconosca questa funzione culturale. Dazi follia e botti

2. Alleanze trasversali?

I piccoli sono piccoli perché isolati. Ma se dieci produttori, magari anche di aree diverse si uniscono in un consorzio informale per condividere spese doganali, logistica, importatori… allora diventano visibili. Non è cooperativismo vecchia scuola: è networking intelligente. Non dico assolutamente un brand unico, ma una famiglia dichiarata “di fatto”. Come fanno già i francesi di Vin Nature, che in USA sono decisamente ben più strutturati dei nostri.

3. Fare lobby, ma sul serio!

Ha l’apparenza di una bestemmia nel mondo “puro” del vino naturale, ma piaccia o meno, è giunta ora di sporcarsi le mani. Partecipare (anche…) a fiere istituzionali, entrare nei tavoli ministeriali sfondandone la porta, chiedere aiuto con voce stentorea e non con timidi comunicati da nuvoletta da fumetto Comic Sans corpo 12. Se la Coldiretti non li rappresenta, che si formino al volo nuove associazioni. Il rischio dell’autarchia nobile è il silenzio che poi ti seppellisce.

Epilogo: la botte e l’asino

Dazi follia e botti

Molto tempo fa, in non ricordo bene in quale libro letto, mi colpì la citazione di un proverbio che non conoscevo: “Se dai fuoco alla botte, resta solo l’asino a guardare.”

Non chiedetemi che diavolo significa e a che riguardo, ma mi è rimasto in mente.

Perché se continuiamo a dirci “resistiamo”, “faremo da soli”, “ci salverà la qualità”… allora ci ritroveremo con bottiglie eccellenti che nessuno può permettersi di importare. E con produttori esausti, che chiuderanno baracca & burattini o venderanno tutto a qualche fondo speculativo, magari americano (ma guarda un po’). Dazi follia e botti

Il vino naturale è prima di tutto un atto d’amore, ma anche un lavoro. E chi lavora ha tutto il sacrosanto diritto di campare. Anche se fa vini che qualcuno ancora si ostina a definire “strani” e, che magari cambiano di bottiglia in bottiglia, senza avere i bollini DOC (anatema!!).

Chiuderci in casa non serve a niente. Attaccare, sì. Con bottiglie, idee, e una buona dose di provocazione.

Che l’America faccia pure i suoi dazi, magari dopo ne pagherà le conseguenze, ma che noi si impari a fare “sistema” come in Francia — anche se non ci piace il termine.

Sennò, a berci il bel Trebbiano macerato 2020, resteremo solo noi, tra le macerie delle cantine fallite, ma con l’asino.

E la botte ormai tristemente vuota… Dazi follia e botti

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